La campagna di Francia del 1940: Giuseppe Nichele

Giuseppe Nichele, classe 1917, nasce a Monastier di Treviso. Dopo la guerra si trasferisce a Mira per lavorare come addetto mensa in una delle più importanti aziende della zona, ancora oggi esistente vicino alla stazione ferroviaria. Riviera al Fronte lo intervista nell’aprile 2015 in vicinanza alla prima edizione dei Gagliardetti della Memoria, cerimonia svolta nella Sala Consiliare del Municipio di Dolo il 26 di quel mese. È stata un’intervista preziosa e raccolta in tempo considerato che di lì a poco sarebbe mancato.

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Giuseppe è il nome della famiglia: come lui si chiamavano anche il papà e il nonno. Una volta compiuti 20 anni parte per il militare, arruolato nella Guardia di Frontiera. Il primo periodo sotto le armi lo trascorre al confine con la Francia, sul Moncenisio, all’interno del forte Malamot, con il compito di controllare l’intera Val di Susa. Lì passa tutto il periodo della leva, le estati di sole ma soprattutto i tremendi inverni di neve e ghiaccio che toccavano i – 40 gradi. La sfortuna vuole che 12 giorni prima del congedo scoppiasse la guerra. Giuseppe resta quindi in divisa per combattere. Il conflitto con la Francia non si sblocca e diventa presto una “guerra tra fortificazioni!”.

Già prima delle ostilità la situazione del Regio Esercito è pessima, l’organizzazione approssimativa e le razioni di cibo scarse e mal rifornite a causa dell’alta quota. I militari sono quindi costretti a chiedere aiuto ai valligiani. Dopo la fine delle operazioni le camicie nere faranno di peggio, valicando il vecchio confine e saccheggiando tutto quello che incontravano. Il nemico è il freddo e lo sarebbe stato anche dall’autunno 1940. I militari non dispongono di un adeguato equipaggiamento da montagna e, proprio perché mal vestiti, molti sono i morti per assideramento oppure gravemente feriti per congelamento degli arti. Ciononostante le truppe della Guardia di Frontiera sono chiamate a costruire trincee e a pattugliare il bordo del lago di Moncenisio, anche sotto le bufere di neve che spesso si rivelano mortali. La forza delle bufere spinge i soldati all’interno del lago ghiacciato e molti muoiono congelati.

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La guerra contro la Francia comincia il 10 giugno 1940 e dura pochi giorni. Non avvengono grossi scontri, si lotta però con le artiglierie. I francesi, tramortiti da quello che sta succedendo con la Germania e traditi dall’Italia fascista sono ormai vicini alla capitolazione ma cercano di far saltare in aria la diga del lago di Moncenisio. Un obiettivo sensibile perché, una volta crollata, avrebbe inondato e distrutto Torino. La guerra dei forti va avanti per qualche giorno: la Francia si arrende. Quanto basta per cambiare la vita di Nichele, rimasto sordo, colpito dall’onda d’urto dello scoppio di uno dei cannoni in azione sul Malamot. La sua guerra non si conclude: dopo un periodo di licenza e di riposo a Susa, ritorna in cima come addetto alla mensa. In seguito a una ricaduta viene inviato in licenza di convalescenza per tre mesi, poi prorogata.

La guerra contro la Francia dura poco e la Storia la archivia dopo le due settimane di scontri. Ma quello che ci ha raccontato Giuseppe nell’aprile 2015 dimostra che il conflitto era proseguito sotto altre forme. Oltre alla sordità, Nichele viene colpito dal congelamento di un piede e il ferimento sul reticolato mentre stava indossando gli sci.

Dopo le ostilità sulle Alpi molti soldati vengono spostati da un fronte all’altro previo sorteggio. Alcuni dei compagni di Nichele sono assegnati alla Libia e alla Jugoslavia. Ed è proprio parlando di questi ultimi che Giuseppe si è rattristato. Tra il 1941 e il 1942 circolava una voce tra i soldati, soprattutto tra quelli destinati nei Balcani, che volevano i militari italiani giustiziati dai partigiani dopo aver bloccato i treni nelle gallerie. Una voce che Giuseppe vede trasformarsi in tragica realtà a seguito di una visita medica al distretto militare di Padova dopo l’8 settembre 1943. A visitarlo è un medico superiore, reduce anche lui dal Malamot, poi trasferito in Jugoslavia. Il dottore era diventato un’altra persona, fisicamente invecchiato, con i capelli bianchi nonostante la giovane età. Giuseppe si informa sulla fine fatta dagli amici della Francia e viene a sapere delle fucilazioni commesse dai partigiani nei confronti dei militari italiani e di altri metodi di guerriglia. Giuseppe ha la mente lucida e ricorda con profonda tristezza gli amici caduti in queste circostanze. È stato il momento più difficile dell’intervista.

Giuseppe termina l’intervista spiegando come ha conosciuto la sua Adelinda. Nell’inferno di freddo e ghiaccio i soldati avevano una via d’uscita. Il suo si chiamava, appunto, Adelinda, una madrina di guerra, cioè quelle ragazze chiamate a scrivere le lettere ai soldati al fronte. A lei scrive quello che succedeva, delle sue ferite, restando attento a non incappare nella censura militare. È un rapporto a distanza che continua anche dopo la guerra, fino a quando Giuseppe non decide di sposarla. A guerra finita Nichele inizia a lavorare nella mensa aziendale a Mira, dove si trasferisce con la famiglia. Ma non dimentica mai i giorni passati al confine con la Francia e di averli condivisi con altri fratelli. Negli anni Settanta si ritrovano in cinque con le famiglie e tornano sul Malamot. Il forte non è più agibile e quindi irraggiungibile; ma la diga, che i francesi volevano far saltar in aria, era sempre là, rialzata. Il mondo come lo conosceva lassù non era più lo stesso, ma era stata un’emozione poter ritrovare a distanza di anni i compagni di guerra.

IMG_7708Il ricordo di Giuseppe Nichele non termina qui. Prima di “andare avanti”, Riviera al Fronte ha avuto l’onore di incontrarlo per consegnargli il Gagliardetto della Memoria il 26 aprile 2015. La sezione di Borbiago dell’associazione Combattenti e Reduci lo nomina presidente onorario e un anno dopo la sua morte gli viene intitolata la biblioteca storico-militare del Centro Civico della frazione mirese.

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Don Antonio Andreazza

Don Antonio Andreazza è stato parroco di Sant’Anastasio di Cessalto di Livenza, dal 1935 al 1953. Valentina Volpe Andreazza ne è la pronipote.
Anche lungo le rive venete del fiume Livenza non manca atti di eroismo, in mezzo a conflitti e a enormi perdite di vite umane. Tra il 1943 e la primavera del 1944 riesce a mettere in salvo un numero imprecisato di prigionieri di guerra, riusciti a scappare dai campi di lavoro tedeschi di Monfalcone.

Organizza un vero e proprio centro di smistamento per salvarli e farli ritornare dalle loro famiglie, nei Paesi d’origine, ottenendo appoggio dalle famiglie contadine che abitavano nei dintorni della Canonica.

La sua famiglia abitava a Sacile. Il 1 aprile del 1944, i nazi fascisti, avvertiti da una spia, lo arrestano e lo rinchiudono a Venezia, nell’Isola di San Giorgio, con l’accusa di aver falsificato documenti per far espatriare i prigionieri.

Dopo aver subito torture ed umiliazioni, grazie all’aiuto dell’avvocato Marinoni di Venezia la pena viene commutata in un anno di reclusione presso l’ospedale psichiatrico di San Servolo.

Nell’aprile del 1945 viene liberato e ritorna a Sant’Anastasio. I parrocchiani lo celebrano con le campane a festa. Don Antonio, stanco e debilitato per le torture sia fisiche che psicologiche subite durante la detenzione, continuerà la sua opera di Parroco, concludendo i lavori della chiesa parrocchiale e impegnandosi anche nel sociale del proprio comune.

Muore nel 1953 a 48 anni.

La storia di don Andrezza viene ripercorsa da Arch Scott, un ufficiale neozelandese salvato dalla prodiga opera del parroco di Sant’Anastasio. In onore del suo salvatore, Scott chiama il figlio Don Anthony, tornato a Sacile più volte per portare un fiore sulla tomba del suo benefattore.

arch scott

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