1985: la Riviera del Brenta nella melma di Stava

Stava è un piccolo paesello che fa parte del Comune di Tesero (TN), incastonato in una vallata scavata nei secoli dal Rio Stava che ha poi dato il nome alla vallata.
Da almeno due secoli questi luoghi sono la méta turistica di migliaia di persone all’anno, data la bellezza dei luoghi, dei paesaggi e, da alcuni decenni, dalle possibilità che, a livello turistico estivo e invernale, vengono proposte a chi viene a visitare la valle.

Veduta odierna della val di stava nei colori autunnali

Veduta odierna (Donadel, 2015) della Val di Stava nei colori autunnali

Da secoli, inoltre, la vallata è utilizzata per scopi minerari e le miniere di fluorite, un minerale molto utilizzato in metallurgia. Le miniere, quindi, oltre che a servire per l’industria metallurgica da secoli, danno anche da vivere a molti residenti della zona.
La vita è tranquilla e regolare, nessun evento di particolare rilevanza si è mai registrato in loco. Se si esclude la recente tragedia del Cermis, caso che qui non viene trattato.

All’improvviso, tuttavia, la situazione di tranquillità apparente iniziò a cambiare.
Nella prima metà degli anni ’70 del Novecento, in Italia il boom economico prosegue tra ottime iniziative e tristi sciagure come quella del Vajont avvenuta nel 1963. Il turismo è in crescita e le prospettive future sono di aumento del benessere economico e sociale.
Perché allora preoccuparsi? Perché cercare qualcosa di negativo in questo paradiso?

Siamo nel 1974.

A Stava le miniere proseguono la loro attività accumulando enormi depositi di materiale inerte misto ad acqua in due bacini di decantazioni sovrapposti, realizzati ed ingranditi tra il 1961 ed il 1969, separati e protetti da due terrapieni che, nel tempo, sono stati progressivamente innalzati. Il problema, però, è che i terrapieni non sorgono alla base della vallata, ma a monte, sovrastando, seppur da lontano, i paesi di Stava e di Tesero.
Negli uffici del Comune di Tesero, tuttavia, iniziano a venire dei dubbi sulla sicurezza e, giusto per avere delle garanzie per la vallata, i residenti ed i turisti, vengono richieste conferme sulla sicurezza statica della discarica.

L’anno dopo, il 1975, la Fluormine, la ditta concessionaria che a nome del gruppo Montedison gestiva la miniera, dietro incarico del Distretto Minerario della Provincia Autonoma di Trento, esegue la verifica. Il responso è rassicurante. Pur essendo la stabilità dei terrapieni al limite e pendenza dell’argine del bacino superiore eccezionale, la risposta è comunque positiva. Questa rassicurazione porta quindi ad un accrescimento ulteriore dell’argine, riducendone nel contempo la pendenza.
Nella sostanza era stato richiesto, a chi era nel torto, di fare i controlli e di dimostrare di avere tutte le carte in regola per poter continuare a svolgere la propria attività!
Passò il tempo. Tra il 1978 ed il 1985 la miniera passò dal gruppo Montedison ad EGAM, quindi ad ENI e, infine, alla società Prealpi Mineraria. I problemi legati ai bacini rimasero e, anzi, pur lasciando forti dubbi sulla loro staticità, continuarono ad essere sfruttati.

Arriviamo al 19 luglio 1985. È mezzogiorno passato, molti sono nelle loro case per l’ora di pranzo, i turisti visitano la vallata a piedi o si apprestano ad andare nei ristoranti, se già non ci sono.
All’improvviso, il bacino di decantazione, quello che tra i due ha sempre dato maggiori preoccupazioni in fatto di stabilità, collassa. Sulla sua strada trova ovviamente il secondo bacino che, già instabile, cede anch’esso sotto il peso della massa di fango e limi che, in un’ondata di 183.000 m3, discendono lungo la vallata alla velocità di 90 km/h travolgendo alberi e strutture che, ovviamente, frammischiati alla massa fluida, ne ingigantiscono la potenza e ne fanno aumentare il danno.
In pochi minuti, raggiunta Tesero e la base della vallata, tutto si esaurisce. Il Rio Stava è coperto di fango, Stava stessa è stata cancellata. Rimane un mare fangoso e silenzioso che lentamente va asciugandosi.

Scattano i soccorsi, a decine, centinaia accorrono i volontari e gli uomini dell’Esercito che, meticolosamente, frugano nel fango alla ricerca di feriti, dei sopravvissuti, ma anche dei dispersi. Non è chiaro quanti siano scomparsi, quanti residenti e quanti turisti manchino all’appello. Gli hotel e le case dove risiedevano, forse anche gli amici e i parenti sono semplicemente stati sepolti dall’ondata di fango.

Alla fine delle operazioni si contano 268 vittime, di cui 71 rimaste ignote. Tra i morti, numerosi sono i turisti e tra questi alcuni provenivano dalla Riviera del Brenta o dalle zone limitrofe. I loro nomi:

  • coniugi BERATI CESARE (n. 28/09/1919) e BASSANELLO RENATA (n. 07/01/1927), residenti a Mira;
  • coniugi GIACOMELLI GIUSEPPE (n. 19/11/1929) e ROSSETTO GIOVANNA (n. 26/10/1939), residenti a Padova;
  • GOTTARDI LUCIA in GUADALUPI (n. 31/10/1909), residente a Venezia, e suo nipote GUADALUPI ANDREA (n. 28/07/1971), residente a Spinea;
  • coniugi MIALICH MARCELLO (n. 11/04/1917) e MANTOANELLO ERNESTA (n. 29/03/1923), residenti a Venezia;
  • coniugi SCREMIN ALESSANDRO (n. 06/03/1913) e TOSON NOEMI (n. 06/05/1912), residenti a Busa di Vigonza;

Tesero oggi è tornata alla normalità. Anzi, è migliorata. Spariti i bacini e ricostruiti i paesi, si è sviluppata una migliore coscienza verso la natura ed il rapporto che l’uomo dovrebbe avere con la stessa. Come appurato nei processi che si ebbero dopo la catastrofe, era chiara e lampante la cecità e la complicità delle Amministrazioni Pubbliche e delle aziende in quello che stava avvenendo; le sentenze emesse sollevarono però le polemiche, relativamente alla loro incisività.

La Val di Stava poco dopo il disastro (1985)

La Val di Stava poco dopo il disastro (1985)

Oggi tesero è ancora un centro per turisti, così come la nuova Stava, affacciata in una vallata riconsegnata alla natura e agli alberi che d’autunno la inondano di colori.

Lì, lungo la strada che risale la vallata, sorge una chiesetta dedicata alla sciagura, affacciata sulla valle e “protetta” da un monumento che il Comune di Vajont, sentitosi accomunato dal triste destino, volle donare al paese, per ricordare quanto non dovrebbe più succedere ancora.
A Stava, infine, è sorta la “Fondazione Stava 1985 onlus” (www.stava1985.it), voluta e realizzata dai parenti e familiari od amici delle vittime, il cui fine è quello di non dimenticare e di sensibilizzare la popolazione ed i turisti, anche se solo di passaggio, su quanto sia indispensabile rapportarsi con il territorio e le popolazioni in maniera corretta.

Stava oggi (2015): il monumento e la chiesetta dedicati alle vittime della tragedia

Stava oggi (Donadel, 2015): il monumento e la chiesetta dedicati alle vittime della tragedia

 

Sitografia:
www.stava1985.it

Alberto Donadel

8 giugno 1916: l’affondamento del “Principe Umberto”

La Brigata “Marche” riporta nel suo diario una data che la segnò profondamente, forse più di molte altre battaglie che ne segnarono la storia: l’8 giugno 1916.

Dopo esser stata trasferita in Albania agli inizi di febbraio, al fine di appoggiare la ritirata dell’esercito serbo, compiutosi tra dicembre 1915 e aprile 1916, agli inizi di giugno giunse per il reparto il momento del ritorno in Patria. Per le operazioni di rientro la Brigata venne divisa in due principalmente per ridurre al minimo il rischio di perdite connesse con l’urto di mine o di incontro con un U-Boot.
Il 5 giugno il 56° Rgt. partì alla volta di Taranto, porto da cui in genere salpavano i convogli per l’Albania. Giunto a destinazione, fu il momento del 55° Rgt. di partire dal porto di Valona.
Il convoglio era composto dai piroscafi “Principe Umberto” e “Ravenna“, oltre al naviglio di scorta formato dalle navi “Espero“, “Pontiere“, “Jonio” e “Impavido“.

Il piroscafo "Principe Umberto" in navigazione

Il piroscafo “Principe Umberto” in navigazione

 

L’8 giugno, 1lle ore 19.00 circa, il convoglio partì viaggiando inizialmente ad una velocità di 16 miglia nautiche l’ora in aumento. Alle ore 20.45, circa a 15 miglia per S-W da Capo Linguetta, il naviglio venne tuttavia avvistato dal sommergibile austro-ungarico U5 comandato dal Ten. di Vascello Friedrich Schlosser ed attaccato.
Delle navi, consapevoli dei pericoli lungo la rotta ma ignare della vicinanza della presenza dell’U5, solo il “Principe Umberto” venne colpito. L’imbarcazione affondò per via poppiera nel giro di 7 minuti, trasportando con se circa 1926 vite tra uomini dell’equipaggio (216 uomini totali) e fanti (2605 totali); solo 895 uomini si salvarono.

Zona in cui potrebbe trovarsi il piroscafo

Zona in cui potrebbe trovarsi il piroscafo

Nei giorni e nelle settimane a venire affiorarono dal mare decine di corpi, poi recuperati e sepolti nel cimitero del 55° realizzato a Valona. Pochissimi furono riconosciuti. Con la creazione del Sacrario “Oltremare” di Bari, le salme vennero colà traslate.

Anche la Riviera del Brenta venne coinvolta in questa tragedia. Nonostante sia ancora difficile rintracciare i nomi di tutti gli uomini del 55° periti l’8 giugno 1916, è stato fortunatamente (e fortunosamente) possibile rintracciare il nominativo di tutti i soldati rivieraschi deceduti quel giorno.

BRAGAGNOLO VITTORIO di Luigi, nato il 17 maggio 1887, residente a Gambarare;
CALZAVARA RODOLFO di Luigi, nato il 15 marzo 1892, residente a Pianiga;
CENDON ALBERTO di Giovanni, nato il 25 maggio 1890, residente a Mira;
Sold. Favero Pietro - Saonara

FAVERO PIETRO di Angelo, nato il 18 gennaio 1891, residente a Saonara (immagine a sinistra);
GAMBATO ANGELO AMEDEO di Francesco, nato il 2 settembre 1894, residente a Camponogara;
Sold. Nicoletto Giuseppe - Saonara
NICOLETTO GIUSEPPE di Amedeo, nato il 22 settembre 1894, residente a Saonara (immagine a destra);
ZAMPIERI FORTUNATO di Antonio, nato il 16 febbraio 1886 e residente ad Arino. Per lui, ritratto nell’immagine in basso, il certificato di irreperibilità fu emanato il 12 novembre 1931.

Sold. Zampieri Fortunato

Non è purtroppo possibile dire se tra le salme recuperate dal mare vi fossero anche le loro, anche se la speranza è quella. Lo stesso dicasi per il piroscafo: nonostante da anni si vada ricercando il sito, del relitto non vi è ancora traccia.

Bibliografia:
TOSATO G. 2000: “Zona di Guerra. Auronzo – Cortina d’Ampezzo – Monte Piana – Tre Cime di Lavaredo – Comelico – Isonzo – Albania nella Prima Guerra Mondiale“, Gino Rossato Ed., Novale-Valdagno (VI) 2000

Sitografia:
http://www.frontedelpiave.info/Brigata-Marche
http://www.pietrigrandeguerra.it/voci-e-volti-dal-fronte-2/piroscafo-principe-umberto/
http://www.55fanteria.it/il-fatto.html

Alberto Donadel